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martedì 16 ottobre 2012

New Page e analisi istituzionale: la ricerca letteraria nelle scuole


Francesco Aprile
2012-10-13

da Il Paese Nuovo, 2012-10-14

Fra gennaio e marzo 2012, a partire dall’idea e dalla proposta di Giovanna Rosato, si sono svolte lezioni sulla ricerca letteraria e, in particolar modo, sul movimento letterario New Page, fondato nel 2009 da Francesco Saverio Dòdaro, indirizzate agli alunni delle classi terze  delle Scuole Secondarie di Primo Grado di Cavallino e Castromediano, presso la Biblioteca Comunale Gino Rizzo, di Cavallino. Le lezioni, tenute da chi qui scrive assieme a Giovanna Rosato e, in due occasioni, ad Erika Sorrenti, hanno visto coinvolti i ragazzi che, al termine di queste lezioni-laboratorio, si sono cimentati nella scrittura e composizione della pagina "New Page", realizzando opere poi esposte a Cavallino e culminate in una nuova apertura del movimento, curata da Giovanna Rosato e denominata “New Page under 20”. Narrativa per ragazzi scritta dai ragazzi, dalle loro voci, dal loro appartenere al mondo, contro una certa dialettica sociale che, per certi versi, pretende di parlar loro tagliandoli fuori dal discorso reale, relegandoli ad una ricezione passiva in quella storia contemporanea dettata dalla netta divisione, anche in microsituazioni, fra detentori e non del potere di turno. Riprendendo dunque la formula del movimento, cioè i romanzi in cento parole esposti nelle vetrine dei negozi dopo esser stati applicati su crowner (pannelli cartonati usati nell’ambito della comunicazione pubblicitaria) – anche se quelli dei ragazzi sono stati scritti su pannelli in formato A5 -, questi romanzi brevi, brevissimi, diventano spazio per l’innocenza, per l’espressione dei ragazzi, per l’ascolto del loro ciò che è stato e del suo scoprirsi voce e racconto, dell’esserci anche loro. 
Le analisi di Lapassade, per quanto riguarda la microsociologia della scuola, mostrano come i ragazzi, inseriti in un contesto scolastico pre-esistente fondato su pratiche di trasmissione di informazione che eludono la comunicazione docente-studente necessaria al riconsocimento, sfocino in diverse modalità di baccano, disattenzione, o come il giudizio che il docente via via va maturando sui ragazzi influenzi il loro stesso rendimento e voglia di partecipare, fino a giungere in situazioni in cui tale atteggiamento può mostrarsi come induttore di comportamento deviante. Scriveva Lapassade che “Se l’uomo vuole essere soggetto, attore cosciente della sua storia può analizzare le istituzioni dalle quali dipende, quelle che lo attraversano e trovare nell’azione di gruppo una via d’uscita all’atomizzazione burocratica della quale è vittima”. C’è una pratica, dunque, affine a quanto attualizzato nelle lezioni-laboratorio a Cavallino, che prende le mosse dall’analisi istituzionale di Lapassade e sfocia nella ricerca intrapresa tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 con la nascita della cooperativa e casa editrice Sensibili alle foglie, denominata “socioanalisi narrativa” e indirizzata, fino a questo momento, a indagini in istituzioni carcerarie, psichiatriche, ospedaliere, o rivolta agli anziani, ai rom relegati nei ghetti contemporanei, alle condizioni di lavoro dei migranti, alla vita di strada dei minorenni e ragazzi stranieri. Nel contesto delle lezioni a Cavallino, guidate dalle domande nate dalla curiosità e dall’attenzione-osservazione che i ragazzi hanno dimostrato nei confronti di una dinamica espressiva probabilmente a loro vicina, calata nell’hic et nunc e capace di essere essa stessa, con lo spazio bianco della pagina da “arredare” con le coordinate del proprio puer, spazio di riconoscimento e mezzo di appropriazione di questo esserci al mondo, hanno liberato la propria condizione da ogni freno di natura, anche, strumentale legato probabilmente, in ambito scolastico, ad una sorta di compiacimento o di conformazione alle attese di docenti e/o famiglie, consegnando allo spazio bianco delle New Page elementi intimi, densi, forti, costruiti attorno alle dinamiche poietiche del ritmo, dell’ora, della condizione sociale o intimista, senza manifestarsi per la consueta sottotraccia “repressa” che caratterizza quell’aspetto nascosto della realtà sociale, appunto, in quello spartiacque storico reso manifesto nel passaggio verso un certo principio di realtà. Tutto questo attualizzato in quella pratica narrativa che è nel poter essere “letti”, umanamente, oltre che sulla carta, e quindi riconosciuti e riconoscersi come parte attiva del tessuto micro-sociale della loro elaborazione che è incontro, presenza e riappropriazione di uno spazio che è attenzione per la voce dei ragazzi stessi. Perché introdurre la ricerca letteraria, in un'età fondante per la crescita e formazione culturale, vuol dire introdurre e lasciar liberamente recepire concezioni sempre aperte al confronto, al cambiamento. Vuol dire che la ricezione di tali messaggi di comprensione e ascolto dello spazio di una realtà sociale, altrimenti off-limits, è una semina che proietta i ragazzi in una dimensione di conoscenza e approfondimento del loro percorso umano ancor breve, ma già capace di maturare consapevolezze.

venerdì 22 giugno 2012

Edoardo De Candia, il tratto selvaggio dei colori delle belve

Il pensée du Midi in Albert Camus, non abbandonarsi alla hybris, al peccato, il senso del limite per non sfociare incondizionatamente né nella ragione, né nella religione, non arrendersi a quel senso tutto europeizzante della catastrofe del vivere, della totalità della ragione. Mantenersi alla giusta distanza, nutrirsi della luce. I colori di Matisse, le belve del fauvismo, le forme allungate delle donne di Matisse, lo strabordare di queste forme, di gambe, braccia, il nudo rosa, corpi distesi danzanti espressione di una dimensione che è affermazione di vita. Edoardo De Candia è sintesi ed evoluzione di tutto questo. Pittore, nato a Lecce nel 1933 e morto, sempre a Lecce, nell’agosto del 1992. Il poeta Antonio Leonardo Verri lo inserì fra i Selvaggi Salentini. I nudi di De Candia sono tratto, sono luce e tormento, espressione di una pittura che è sintesi dell’esperienza selvaggia delle forme e dei colori di Matisse, ma che in De Candia si realizzano, nei nudi, come tratto e desiderio, ritornare a qualcosa di dimenticato, il raccordo con la coperta delle mancanze, dei turbamenti. La gioia del vivere di quello che Verri definì un “Cavaliere senza terra” è raccontata proprio dal poeta di Caprarica di Lecce che in svariati scritti ed interviste tratteggia la figura essenzialmente Midi del penserio e del gesto di De Candia, che si nutre di luce, di sole, di mare, di un bagno che appartiene a chi sa come accostarsi alle acque per districarvisi in un momento di raccordo ad una dimensione silenziosa perché dimenticata, recondita, nascosta nell’intimo della condizione umana, del nuotare in un universo di luce, di calore che accoglie la vita e sostiene la creazione. I nudi di De Candia rendono chiara una sintesi di tutto questo, esulando dal colore delle forme nelle figure di Matisse, si fanno tratto, lucidità di un desiderio che dall’Altro è frustrato, filtrando il tormento nell’essenzialità delle forme che si aprono alla vita, ma che il vissuto personale del pittore traduce in questa sua sintesi estrema, fra l’esperienza del manicomio e l’inesaurita richiesta di vita, nella continua rappresentazione delle forme, dei corpi attraverso cui provare una winnicottiana autoesperienza di sé, attraverso la ricezione del corpo e della sua immagine. Scrive Francesco Saverio Dòdaro, nel volume “Edoar Edoar” curato da Maurizio Nocera per le edizioni Il Raggio Verde nel 2006, che le coperte del letto con le quali Edoardo De Candia, disteso, gioca, sono «un’inquadratura di grande interesse: fotogrammi winnicottiani, connotativi di profonda solitudine, di richiesta d’amore, di protezione maternale. E qui l’aggettivo va ampliato, va vocalizzato tra i lampioni spenti dell’agorà e i camici bianchi della follia. Tra le manette e l’elettroshock. Il gioco delle coperte. E lo sputo. Il rutto. Lo sperma. Tutta da sviluppare la com-prensione». Edoardo De Candia, «una delle figure artistiche più sottovalutate del nostro ‘900» (Egidio Marullo, docente di Storia dell’arte), fu espressione totale dell’arte per l’arte che non si sporca con nulla e continua a generarsi nella purezza della sua luce, nell’incontro mai accantonato, nonostante le vicissitudini, nella continua ricerca di positività che nell’Altro esiste nel possibile delle relazioni sociali. Lucio Fontana, a Milano, si accorse di lui, percependone «il guizzo, la genialità; fino a che trova il modo per mandarlo in Inghilterra, a Londra, presso un college, una buona Accademia d’Arte» (A. L., Verri, Edoardo, un cavaliere senza terra, Sud Puglia, settembre 1988). Ma Edoardo cercava il contatto, come quella parola “Amo” dipinta nel tratto selvaggio dei colori delle belve.

Francesco Aprile
2012-06-22